Link | categoria:parole, pensieri, derive, ozi e tramonti, appunti e note

depositum fidei
entrare così nella possibilità della migrazione
nell'esistenza delle parole innocenti
direzione del mondo tra piccoli litigi.
Qual'è oggi la materia della poesia? Se è vero, come credo e come sosteneva tra gli altri Cristina Campo che viviamo il tempo della perdita, come accade il nostro darsi nel gesto poetico? Poesia come atteggiamento, poesia come strumento per concepire bellezza, vivere in sintonia con il verso è un approccio possible all'esistenza o è un tepore di un sole morente? Solo cercando di rispondere a queste domande possiamo rintracciare gli strumenti per rispondere alla nostra necessità. Il tempo della perdità è un tempo forzatamente inattuale, perchè è l'epoca dei sempre e degli ovunque, perchè è il decorso degli addii, la metamorfosi degli abbandoni, lavorare con le assenze..forse, ma non basta, credo che oggi più che mai si debba fare con la partecipazione, costruire con l'implicito dichiarando: sono stato, almeno così si giustifica l'essere postumi alla contemporaneità...
un caro saluto
saluti da....
e solo per trovarti più invecchiata
per il finire di un ritaglio tra tutto quello che conservi
e il profumo di un mare
consegnato in ritardo
per appendere in credenza
il controassegno di un ricordo
è solo quel che si può, null'altro di ciò che occupi, niente di quel che resta quando guardo, solo appunti e paure di essere sorpresi
e quando scendo un po' prima di te, attraverso quel battito che rischia davvero, non ti parlo, ricordo soltanto di quando credevo di essere più forte
nel dire tutto quando non si deve vincere niente
Sgocciola, ma non direi che piove, accade in una pozzanghera, nel progresso liquido dei tuoi occhi innamorati ancora, copiosa profusione che m' infradicia le dita.

non c'era bisogno di restauri, la nostra mediocrità non aveva bisogno di cantieri, nessuna finestra ne balconi vista mare, solo sabbia e sale e magari ritentare
Ad ogni domanda, ad ogni richiesta infondata, evaporo 5 secondi di vita, rigetto le parole inutili e mi illudo di setacciare tra le righe.
Licenzo il mio editor...so censirmi da solo, non sono altro che sequenze cassate, dialoghi da cestno, desueti, come film in bianco e nero che di capolavori hanno solo il profumo.
Cincischio tra i miei fogli e divento selettivo, non c'è nulla di peggio che destinare parole, ogni scrittura è finita se cerca un recapito.
Aspettavo il mio turno, rispondendo di sì con un cenno del capo, cullandomi in un' indifferenza soggiornavo nelle crepe allargate del muro. Tenevo stretto un pomeriggio interminabile, dove l'afa spadroneggiava sopra quei timidi esrcizi di stile, sopra le occhiate furtive ai valori stravolti di due opere coeve. Aggrottando la fronte mi sforzavo di mostrare un interesse per tutta quella contemporaneità mancata, per quell'esser stato dietro fosse sol di quattro passi.