
maddalena non ha più recapito
vive negli appunti

maddalena non ha più recapito
vive negli appunti
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…quasi una cronaca di un affissione ordinaria, uno svolgimento metodico
E’ dei vinti la storia, appartiene solo a chi conserva la memoria di sconfitta, le altre sono bufale, dicerie, di chi ha confuso proclami con ragioni.
Mi sollecito da ieri ad aggiungere qualcosa che non si dissipi, come le occasioni, o come certi sostantivi, solo maniera e sfumatura, dissipano gli incontri e fanno rabbrividire per la pochezza di intenti.
Cosi tante volte Maddalena ti ho socchiuso la porta, così tanto ho atteso, poi quello che ho intravisto, quello che ho omesso che sfrigolava nei miei giorni e tenevo, per timore di essere a corto di argomenti.
In questo andirivieni dove scrivere è un crimine rintraccio le parentesi che alleggeriscono l’intreccio, vorrei gettare giorni a manciate sui perché senza un addio e sugli arrivederci di sbieco che regalano dei forse.
Continuo, amica mia, con questi microspostamenti che mi ledono l’anima su distanze corte, imbizzarrendomi il pensiero e costringendomi all’altrove.
Per cercare la quiete che mi manca mi costringo al moto, a un disordine rispondo camminando, proteggendomi con le mani dalla luce, in questo svolgersi di eventi che talvolta mi acceca.
Mi sento spesso schiavo delle mie competenze e guardo questo arredamento che ho lasciato a metà. Lode dell’incompiuto come tutta la vita. Non faccio, cincischio, non scrivo, scribacchio, ma un opera per essere immortale ha bisogno di una percezione rinnovabile non solo di idee scure che maturano di sera.
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Forse è un eccesso di presenza Maddalena, qualcosa di mascherato dove non c’entra la purezza, ma solo il candore di cercare di esserci C’è sempre meraviglia in ogni tentativo, in ogni tremore di decollo, in ogni sbocciare di sogni.
Ieri riguardavo le nostre giornate peggiori, le immaginavo ammantate di foschia, per non ammetterle velate di rancori. La mente reclama sempre tragedie per giustificare il pianto, per non lasciare spazio alle lacrime del ricordo, occupa col dramma ogni pertugio…
..ma io che vivo di giorni spezzettati sto imparando a non temere più il rumore, pian piano lo assecondo finché non assomiglia al ritmo
Ogni atto di fiducia insabbia parole, ma spesso non se ne avvede, spesso è solo polvere in dissolvimento, non un atto di viltà. Così morso dal tuo chiedere da sentirti la voce strisciare, resetto ogni resistenza e tento quell’abbandono privandomi delle tue gioie, nascondendomi alla vita…Sì forse lo farei, se servisse quel passo di gambero, quella spavalderia perduta di chi s’infiamma per un bersaglio mancato. Apro il frigo di notte salutando le stelle, cerco le cose che ho riposto scambiandole per vere e m’incanto in quel passare rapido di un attimo felice. ….dove ancora soffiavo sulle candeline e gattonavo al divano cercando mio padre.
Tutte le volte che ci siamo chiesti cosa manca, abbiamo immaginato un amore volubile, una nuvola leggera trasportata dal vento, l’idea di una storia troppo breve per essere raccontata
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..ha avuto un impennata frettolosa la tua uscita di scena, ma non me ne meraviglio, tendiamo sempre tutti ad accelerare verso la fine. Forse l'esigenza della teatralità, la voglia di ricordare un suono fragoroso, ad alcuni fa sbatter la porta, ad altri alzare la voce, proprio nel momento in cui non si è più uditi... e mi hanno sempre incuriosito quelle parole gridate come vuoto da colmare e non come pieno da sfogare, la speranza fiduciosa di un approccio e non la deriva di un residuo.
Sono sempre quelle strade lì, le stesse dei tuoi passi e gli angoli con sempre meno sorprese. Gli stessi odori da mercato, il sudore di chi non ha coraggio di cambiare e si convince di non poterlo fare...e come è buffo starti a guardare da quei quattro quarti di distanza e immaginare che mi diverto ancora nel tuo sbuffo da massaia, per i sorrisi regalati con una certa non curanza, che si allontana poco a poco sino a diventare timidezza.
In questo catino dove ci incontriamo sempre senza vederci più, non è rimasta neanche l'illusione di un dedalo di vie per evitare di incrociarsi, come fossimo rinchiusi in una storia di carta, di strappi e manie
Attendo che sia… sulla riva di un sorriso
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Mi spaventa anche la nostra corrispondenza, questo frenetico ritorno alle parole come se avessimo perduto i gesti. Questa necessità dell'indelebile, del rimanere di ferite, il bisogno del graffio, un’esigenza di sangue, di quello che non stipula patti, ma esalta i rancori. L'attesa svanisce, perchè puoi rispondermi subito e io non posso rimanere a immaginare le sillabe, a modulare le voce, un altro piccolo orrore di questo futuro in restauro. Sai, non c'è il rinnovo della tenerezza, il ricambio dell'innocenza e allora cosa resta? Solo quelle righe scritte di mestiere, che un tempo ci facevano sorridere, un tempo di piazza, di sortilegi e presagi...
Potremmo. Andare più piano, scriverci lettere d'amore, o rimanere così in una carezza sospesa, ingarbugliati di pretese, aggrovigliati di speranze. Come se potessimo scendere e semplicemente rimanere, così depurati dall'ansia di ogni fare, dal timore di ogni agire. Potremmo.
Guardarci le mani e rintracciarne la vita, nei segni di quello che non abbiamo afferrato, nelle vene sporgenti, quelle che non abbiamo consumato.. e il resto..il resto sono storie di unghie, smangiucchiate dal terrore del ritardo, perchè in fondo solo la paura di non essere arrivati in tempo corrode le speranze, sbiadisce la vita.
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Ti ritrovo spesso in questa bellezza debole, e inseguo la dissoluzione del tuo viso che assume forme consuete, che mi rassicura come il canto di una madre e mi culla da questa distanza incolmabile.
Chissà se posso ancora fuggire o sono già sulla strada del ritorno? Forse il compatire è sempre così stretto al bisogno di amore, che non riesco più a riconoscere la carità e allora mi rifugio in isterie gelose, per rivendicare ciò che non possiedo. Vorrei più tempo per ascoltare i tuoi finali a sorpresa, quelli che spostano le rughe dal cuore e rasserenano almeno per un po’..ma sono gia via, tutto proteso verso un nuovo ricamo, cercando di convincermi dell’inutilità di ogni missione e dell’inganno di ogni comunicazione, che altro non è, che la richiesta partecipazione di un dolore.
Pensavo anch’io che fosse scontato riuscire almeno a darsi il buongiorno, ma tutti gli appuntamenti che abbiamo mancato, inevitabilmente condizionano e a volte è meglio così. Ascolto poca musica, solo note rubacchiate da una radio in disuso, hai ragione tu, gioco solo a nascondino e grido sempre tana, quando mi sorprendo accucciato dietro un muro.
Attendo che sia ..e poi liberi tutti.
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Impossibile anche solo immaginarti. L’amore per tutto ciò che fugge ci fa dimenticare il residuo. Desiderare è desiderare di svolgersi.
Non conta più nulla, nemmeno la dolcezza di un certo appassimento, la tenerezza dello sfiorire esalta la deformità delle parole e gratta una terra intrisa di ombre. Il mondo, che scompare nella sua rappresentazione.
E’ sempre così raro fantasticare un movente per l’ingratitudine, s’incolpano gli odori, le spalle ingobbite o gli sguardi che tracimano assenze, questo vento impetuoso che fa cadere le stelle ed io che nemmeno ho saputo sfiorarti.
No Maddalena, per quest’ansia di vita non abbiamo attenuanti, soltanto risvegli e mani sudate, qualche corsa frettolosa, il male delle cose che ci strappa affermazioni. Mi piacerebbe dirti è tutto vero, ma per chi come noi non ha preso rifugio, la verità è una piaga, un’ansia dell’immediatezza, poco adatta alle ultime file.
Sono passioni quei granelli che hai confuso con la sabbia e la mia loquacità che a volte ti ha curato l’insonnia ha esaltato le mie doti terapeutiche
Passeggio in questo modo, girellando tra le idee senza nutrirmene avidamente, cospargendole di punteggiatura, di quel ritmico intercalare che si sofferma ad accarezzare le asperità con quelle mani rugose, scenario di vecchiezza .
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Mi spaventa anche la nostra corrispondenza, questo frenetico ritorno alle parole come se avessimo perduto i gesti. Questa necessità dell'indelebile, del rimanere di ferite, il bisogno del graffio, un’esigenza di sangue, di quello che non stipula patti, ma esalta i rancori. L'attesa svanisce, perchè puoi rispondermi subito e io non posso rimanere a immaginare le sillabe, a modulare le voce, un altro piccolo orrore di questo futuro in restauro. Sai, non c'è il rinnovo della tenerezza, il ricambio dell'innocenza e allora cosa resta? Solo quelle righe scritte di mestiere, che un tempo ci facevano sorridere, un tempo di piazza, di sortilegi e presagi...
Potremmo. Andare più piano, scriverci lettere d'amore, o rimanere così in una carezza sospesa, ingarbugliati di pretese, aggrovigliati di speranze. Come se potessimo scendere e semplicemente rimanere, così depurati dall'ansia di ogni fare, dal timore di ogni agire. Potremmo.
Guardarci le mani e rintracciarne la vita, nei segni di quello che non abbiamo afferrato, nelle vene sporgenti, quelle che non abbiamo consumato.. e il resto..il resto sono storie di unghie, smangiucchiate dal terrore del ritardo, perchè in fondo solo la paura di non essere arrivati in tempo corrode le speranze, sbiadisce la vita.
8-9
Faccio di tutto per non incontrarmi, cammino dall’altro lato della strada, a testa bassa, contando i passi che mancano al congedo. Mi schivo, sgattaiolando in una moltitudine d’indifferenza, confondo la mia faccia con mille espressioni banali ed evito il riflesso, per timore si moltiplichi l’immagine sgradita.
Come se attendessi un tradimento del presente, mi crogiolo in un amorfa impossibilità. L’inevitabile, che mi fornisce una consolazione così propria della sua natura.
Mentre accade sono sempre distante, sopraggiungo poco dopo, con quel ritardo lieve di chi resta sempre un passo indietro. E rifletto sull’evento al quale non partecipo, arrivo in tempo per subirlo, ma raramente per goderlo. Subentro all’ attesa con una virgola di lentezza, quasi una tregua, alla quale sono destinate le smanie frettolose. Da quando mi votai ai periodi corti, passeggio in questo modo, girellando tra le idee senza nutrirmene avidamente, cospargendole di punteggiatura, di quel ritmico intercalare che si sofferma ad accarezzare le asperità con quelle mani rugose, scenario di vecchiezza o di maturità, anche se a volte compromessa
6-7
Sto leggendo così tante schifezze, molte di più di quelle che scrivo. Il più grande rammarico è quello di non apprendere nulla, non c’è più la notizia, nell’era dell’informazione è scomparso l’evento, il cardine del narrare è disperso in un fluire indistinto dove tutto scorre, ma niente si afferra. Mi ammalo di periodi troppo lunghi, di virgole gettate ancor prima della frase. Ansia da anticipazione. Dovrei scriverti telegrammi, dedicandoti scarna attenzione, ma questa bramosia del renderti partecipe, del farti complice non mi concede brevità.
Quante sfumature ha la pace e quanti abusi per il bisogno di tregua, sapessimo solo chiedere una pausa, un intervallo per andare a pisciare, una merenda veloce consumata sulle scale. E guardo al mondo e mi sembra si rintani, in una nicchia piccolissima dove per tutti non c’è posto, dove dobbiamo spingere e lo chiamiamo accedere.
Fin dove si protrae questo tentativo di essere uomini, in questa terra inesplorata eppure ambita, consumata da desideri portatori di così tanta arroganza. Avrò poco domani da lasciarti se non questo retaggio di inutilità, questo precoce viaggio ai profili, a un palmo dal futuro. In questo non so dove, mi appresto a tornare, e patisco quel dovere di celebrare ricorrenze. Sono così schiavo di un’immobilità, che accorrere al frigo per soddisfare un bisogno mi risulta estenuante