lunedì, 19 maggio 2008

L'essere che può essere compreso è un essere del linguaggio"  Gadamer

 

In questa indefinibilità possiamo appartenere solo all'inchiostro in potenza, possiamo frugare solo nel "secondo me" e forse guardare al nostro limite con sospetto. Se siamo della parole e siamo della scrittura soggiorniamo nel fraintendimento e la comprensione è altrove,ma quanto abbiamo lasciato diventare oggetti i nostri libri, quanto cose, anzichè testimoni? Oggettivizzare il libro è perderne le tracce dell'esperienza è pretendere che gli oggetti si rivelino senza interrogarli.

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domenica, 07 gennaio 2007

Con la prefazione di Alberto Mori è uscito per Lieto Colle il mio ultimo lavoro "Modulazione dell'empietà" un ritorno alla poesia,  dove  cercando di usare un verso breve, meno sforzato ma più denso, ho provato a raccontare una storia dipanandola in piccole liriche, immaginando 24 sequenze prima di una dissoluzione.

 

 

copertina modulazione

 

Disponibile per ora sul sito di Lieto Colle . A breve in tutte librerie telematiche e forse, "elemosinando", anche dal vostro libraio di fiducia...

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giovedì, 30 novembre 2006
Ignoro i finali, amo troppo le trame per occuparmene, tendo a scavalcarli rapito da un nuovo intreccio. Mi fa comunque sorridere il completo disinteresse per l'epilogo, quasi soffrissi di un delirio da premessa, forse perchè vivo di abbozzi, di spezzoni incompiuti e di buona sorte presa in prestito a qualche eroe di carta, che ho instradato oggi e già dimenticato domani.
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martedì, 28 novembre 2006

Avrei voluto indossare qualcosa di consono, che fosse un filo più adatto, non certo l'abito della festa , ma nemmeno presentarmi così disadorno di parole. Sa il cielo. e qualcun altro forse, quanto ci tenevo, ma è sempre così, è nell'essenza dei progetti morire un poco prima.

Coltivo qualche scusa e mi adombro un filo, asciugo le mani, cerco un bicchiere, travalico un istante d'imbarazzo e subito mi scuoto inventando qualche avverbio

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mercoledì, 05 luglio 2006

L’Italia pallonara affronta la madre di tutte le sfide, l’immaginario collettivo di tutte le dispute con possibilità di vittoria,  e per un attimo sorride ai propri malesseri alle proprie beghine. E’ così facile a volte allontanare lo spauracchio delle proprie angosce, bastano 119 minuti di calcio per ritrovare la solidarietà che si credeva perduta , per perdersi in un abbraccio, liberarsi in un grido..è un miracolo, un nuovo italiano prodigio. Ci si riappropria di aggettivi e tutto diventa patrimonio condiviso, la nostra squadra, i nostri ragazzi e i nostri colori, quegli ideali seppelliti al mattino riaffiorano nella notte, per un attimo solo per un attimo, giusto il tempo per quel pizzico di nostalgia che riaffiora sempre, verso quegli anni migliori che chissà perché si pensano sempre alle spalle. E allora bravi, coltivando sogni di vittorie incruente, dove non ci sono scontri di civiltà, ma solo partite di calcio.

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giovedì, 05 gennaio 2006
Credo che una delle maggiori ansie della modernità sia l’abitare questi non luoghi, spazi fabbricati artificialmente privi di ogni territorialità. La rete ingloba , fagocita pensieri e rigurgita deliri, sputa sentenze perché immette parole protette dall’invisibile. La psicologia dei poveri, una farmacopea da cerusico autorizza chiunque a proporre rimedi. La parola si svuota delle sue valenze, non per essere fraintesa, ma per abolire il suo significato, ma tutto questo avviene senza la bellezza della favola o del mito che non inaugurano, ma completano la ragione. In questo svuotamento della bellezza risiedono tanti miei timori. Dove nascono gerarchie ci sono sudditi e parole pontificanti, ma non comunicazione, l’essenza della partecipazione è il riconoscimento. Chi scrive ha sempre una sottile bramosia di raggiungere, di depositare o veicolare una sillaba e la cultura dell’accesso ha amplificato l’illusione di diventare tutti fruibili, ma poter accedere a tutto è l’apoteosi dell’insignificanza e la parola diventa solo scoria, residuo e talvolta rifiuto. Il marasma confonde, la folla mistifica, la propaganda diventa un lamento e una richiesta di aiuto appare una resa.

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giovedì, 25 agosto 2005

Qualunque persona veicoli dei messaggi fruibili, non dovrebbe mai deresponsabilizzarsi dal proprio dire, ma prendere coscienza che la parola immessa assuma una valenza. Questo in rete non accade, perchè è buffo questo parlare di svelamento quando siamo tutti occultati.

In realtà siamo un condominio, che guarda con supponenza al piano di sotto e con defezione a quello di sopra. Parliamo solo con gli inquilini del nostro pianerottolo, gli altri sono occhi bassi quando ci si incontra in ascensore, o sorrisi di artefatta benevolenza.

Io provengo da quella cultura assembleare, per stare in tema di condomio, dove si dialogava con il corpo, con gli occhi e con il sudore; la vita mi ha dato l'opportunità di vivere di parole, ma non sempre è un privilegio.

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giovedì, 25 agosto 2005

Crediamo di avere la panacea profusa nel dono della sintesi, dispensiamo profezie per la nuova apocalittica e sbadatamente rigurgitiamo giudizi.

Confinati dalla ristrettezzaa di un ossimoro come "realtà virtuale", ci sentiamo taumaturghi e dispensiamo consigli non richiesti a problemi abbozzati.

Dove sfugge la differenza tra le miserie e la paura, pensiamo che corrispondere sia comunicare, e non apparteniamo a niente che non sia stato linkato.

martedì, 16 agosto 2005

lettera aperta a tutti quelli che gentilmente hanno arricchito il dibattito 

Esortandomi a lavorare con lentezza, mi ammonivi tempo addietro sulla vanità della parola, su quel fluire che risulta vano se non vi è assennatezza .Credo però, che la parola appartenga a una triade, composta da pensiero e azione, quando ci si accosta ad esse, rispettandone la sacralità che questa sequenza racchiude, siamo in presenza di un messaggio che tenda, già di per sè a dilatare lo spazio. Ridurre la distanza, vuol dire  prendere coscienza del varco che c'è tra il raggiungibile e l'irraggiungibile. e questo avviene misurando l'afferrabilità del mondo o la sua evanescenza. Ti parlavo di una certa ricerca, che provo a portare avanti, definendola, con un po' di supponenza "ontologia del presente"; vorrei specificare qui che in questo caso, intendo il presente come intervallo che scorre tra la scelta e la realizzazione. Non che questa specificazione serva a molto, me ne rendo conto, quanto meno circoscrive il campo di gioco. Mi interessa molto il porsi, dell'essere nel presente,e credo che questo non esuli da una critica all'occidentalizzazione del mondo, ti confesso che ne ho le palle piene di un certo pacifismo di maniera, di chi crede alla selezione naturale e predica la non violenza.

alessandro

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lunedì, 15 agosto 2005
Quante lodi abbiamo tessuto all'incapacità e quanta benevolenza ci siamo sforzati di dimostrare verso la nullità, quasi non ci potesse aggredire, non ci potesse sopraffare. Quantà viltà nell'accondiscendenza e quanti errori nella tolleranza, per il vivere quieto, per la sottile paura di esser depredati. Il discernimento ce lo siamo giocati, il giudizio l'abbiamo delegato ad altri, che scelgono per noi.
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