mercoledì, 31 ottobre 2007

Oggi ho aria a sufficenza per dubitare di tutto, per desiderare l'inutile e rifiutare un regalo, per stare chiuso tra le mani di mio padre e sorridere dalla sponda di una foto.

Scatto da una sedia vuota detestando gli oggetti per la loro nudità, la controversia solita per parole troppo scarne,alla fine è un presente da confidare e un passato che rimorde.

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lunedì, 29 ottobre 2007

Ho le mani vuote , ieri ho letto poco, così non ho niente da spiegarti e così si rischia di perdersi, perchè vivi nel tempo che contraggo, nel dolore delle silabe e in quello che non riesco a spandere. Poco più di niente e hai ragione, basterebbe carta e penna e tutte quelle verità, piccole, che raccontavo ad Anna.  Non c'è niente di fertile in quelle stelle opache, solo gli istanti che passano come se tu fossi,  tu che non sei perduta , ma soltanto imprevista...

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sabato, 27 ottobre 2007

8-9

Faccio di tutto per non incontrarmi, cammino dall’altro lato della strada, a testa bassa, contando i passi che mancano al congedo. Mi schivo, sgattaiolando in una moltitudine d’indifferenza, confondo la mia faccia con mille espressioni banali ed evito il riflesso, per timore si moltiplichi l’immagine sgradita.

Come se attendessi un tradimento del presente, mi crogiolo in un amorfa impossibilità. L’inevitabile, che mi fornisce una consolazione così propria della sua natura.

Mentre accade sono sempre distante, sopraggiungo poco dopo, con quel ritardo lieve di chi resta sempre un passo indietro.  E rifletto sull’evento  al quale non partecipo, arrivo in tempo per subirlo, ma raramente per goderlo. Subentro all’ attesa con una virgola di lentezza, quasi una tregua, alla quale sono destinate le smanie frettolose. Da quando mi votai ai periodi corti, passeggio in questo modo, girellando tra le idee senza nutrirmene avidamente, cospargendole di punteggiatura, di quel ritmico intercalare che si sofferma ad accarezzare le asperità con quelle mani rugose, scenario di vecchiezza o di maturità, anche se a volte compromessa

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venerdì, 26 ottobre 2007

Ho chiesto al mio amico Massimo cinque foto per il libro nuovo, mi piaceva inserire una sua interpretazione fotografica in ogni sezione.

...ma viver fuori tempo è una cosa seria e a farlo veramete ce la fanno in pochi...

Ora ti chiedo: è questo il frutto di un'opera lenta

chi giace alle radici e a noi manda il silenzio

A noi che rimane?Di risa agli orli

acquiloni strappati, sempre la vuota tempesta

ci attira, come stracci nell'aria

i versi sono di Rainer Maria Rilke liberamente "saltellati" dai sonetti a Orfeo

giovedì, 25 ottobre 2007

nella parte oscura del racconto le parole erano ciò che sarebbe rimasto come inutile argomento

di questa vita che non chiede, ma si posa nel presente attingendo

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mercoledì, 24 ottobre 2007

6-7

Sto leggendo così tante schifezze, molte di più di quelle che scrivo. Il più grande rammarico è quello di non apprendere nulla, non c’è più la notizia, nell’era dell’informazione  è scomparso l’evento, il cardine del narrare è disperso in un fluire indistinto dove tutto scorre, ma niente si afferra. Mi ammalo di periodi troppo lunghi, di virgole gettate ancor prima della frase. Ansia da anticipazione. Dovrei scriverti telegrammi, dedicandoti scarna attenzione, ma questa bramosia del renderti partecipe, del farti complice non mi  concede brevità.

 

Quante sfumature ha la pace e quanti abusi per il bisogno di tregua, sapessimo solo chiedere una pausa, un intervallo per andare a pisciare, una merenda veloce consumata sulle scale. E guardo al mondo e mi sembra si rintani, in una nicchia piccolissima dove per tutti non c’è posto, dove dobbiamo spingere e lo chiamiamo accedere.

Fin dove si protrae questo tentativo di essere uomini, in questa terra inesplorata eppure ambita, consumata da desideri portatori di così tanta arroganza. Avrò poco domani da lasciarti se non questo retaggio di inutilità, questo precoce viaggio ai profili, a un palmo dal futuro. In questo non so dove, mi appresto a tornare, e patisco quel dovere di celebrare ricorrenze. Sono così schiavo di un’immobilità, che accorrere al frigo per soddisfare un bisogno mi risulta estenuante

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lunedì, 22 ottobre 2007
Le collane sul  divano non sono le tue
sono lì per esporsi
chincaglieria
che fregia l'inutile in sorrisi

e poi i passi quando arrivi
mi tocchi
ripassi
in esemplari recenti come esempi
tutte quelle distanze
che il colore ha diluito
e l'assenza di voce
come temporale lontano
borbottato
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domenica, 21 ottobre 2007

Ringraziando Maria Carmela Marinelli per la gradita recensione:

 

“Morgana è ancora un sogno – esordisce l’autore nella prefazione – e per ora dorme ancora nelle nuvole”. Morgana e le nuvole. Entrambe precarie nella forma, veloci nella mutazione dell’immagine. Entrambe hanno labili i contorni e viaggiano leggere, in perenne cambiamento.
Le poesie di Alessandro Assiri segnano un “percorso insonne” in 58 tappe che inizia con “Aspettando Morfeo” e si conclude con “Mi sveglio ancora”, “un viaggio della parola” – scrive il poeta nell’epilogo della raccolta -, un insieme di contaminazioni, un dialogo serrato tra i molti inquilini ai quali ho subaffittato la mia vita”.
È un percorso in punta di piedi attraverso un paesaggio a tinte scure, fatto di “autunni nebbiosi” e “muti inverni”. Il presente è un tranquillo suicidio barattato con “sogni rancorosi” e “amorose amarezze” e i sogni si fanno salati come le lacrime versate sulle “piaghe della vita”. “Bastasse berle per dimenticarle” – scrive il poeta, mentre rimane fermo a guardare passare davanti a sé la vita, rivestendo di noia “gli anni migliori”. Nei versi si crea una chiara contrapposizione tra il desiderio di cambiare e la triste consapevolezza che il tempo sta per scadere. La senilità, infatti, è vissuta come un evento incombente, il luogo del non ritorno, mentre la vita assomiglia sempre più ad “una foglia zavorrata del giallo”, e la morte una notte d’autunno in cui la foglia diventa “rondine di un unico volo/ e di un morir per terra”. Diviso tra due forze opposte, il poeta rimane immobile in attesa che la volontà si ripresenti e che nuovi progetti tornino a infiammare la mente, concedendogli di assaporare ancora una volta l’illusione di sentirsi vivo. Sullo sfondo di questo paesaggio cupo, unica tinta forte rimane forse il rosso della passione, delle labbra voraci e desiderose di inghiottire e di essere inghiottito. “L’amore è l’unica vibrazione che tocca l’eternità”, l’amore è “un desiderio infinito senza possedere, ma solo appartenendo”. Pochi versi intrisi di sospiri, di odore di corpo, di “desideri rapaci”, di amori fugaci, impetuosi, “fiori” continuamente recisi “per altri sollazzi”. L’unica volontà è quella mossa dal desiderio, ma come il poeta stesso canta, la “volontà che vali/ per i miei sogni immensi” è anch’essa un miraggio perché “fondata sulla sabbia instabile dei sensi”.
Assopito, adagiato, adeguato, annoiato. L’anima del poeta è una zattera in un pantano, incapace di spiegare le sue vele e di correre verso i sogni e si carica, invece, di alibi e di giustificazioni verso il suo non agire. Piuttosto che spiccare il volo e rischiare di non saper volare, “incapace di scelte, rimango seduto”. È indicativa l’immagine del poeta seduto sulla sabbia, fermo, mentre da lontano vede le vele bianche spiegate al vento che scivolano leggere. Nella sua immobilità è racchiuso tutto il suo dolore.
All’immobilità interiore del poeta si contrappone una lingua viva e mutevole. Ogni poesia scandisce in modo diverso il discorso, con i suoni, il tempo e le pause del movimento interiore. Si creano così schemi aperti e mutevoli che disarticolano il messaggio poetico, lo frammentano, lo dividono, lo separano, come le nuvole nel cielo. Lo stile è prevalentemente nominale, l’espressione a volte molto sintetica, a tratti simile a brevi pennellate nervose che conferiscono al movimento poetico un ritmo franto, quasi ansimante. La sintassi si carica di frasi ipotetiche, congiuntivi passati carichi di rimpianti e condizionali colorati da tenui speranze e da sogni salati. Ogni singola poesia, quindi appare non rispondere a nessuno schema metrico, ma si rivela parte di un cammino di ricerca che, di volta in volta, si adegua alle esigenze espressive del poeta. Il poeta mescola versi e prosa lirica, crea assonanze, rime baciate e allitterazioni, quasi a voler cercare il suono che meglio possa dare voce ai suoi tormenti interiori. La parola è uno strumento lirico che si accorda di volta in volta, di poesia in poesia, dando vita al triste canto dei “sogni mancati” e “fondati sulla sabbia instabile”, dei “pallidi miraggi” e delle “creazioni incompiute”.
Il poeta trasferisce nella parola il segno di un disagio che appartiene ad una generazione che troppi treni ha perduto e in alcuni tratti i versi si avvicinano molto ad un mea culpa carico di pathos: i ricordi e i rimorsi non gli permettono di conciliare il sonno, i suoi alibi appaiono sempre più con chiarezza come una fragile cattedrale eretta sulle fondamenta della sua inerzia. Da questa considerazione scaturisce il rifiuto verso quello che è stato: “vorrei assomigliare meno a quello che è stato”.
La speranza di rinascita fa timidamente capolino dietro le quinte di alcuni versi, ma la sua luce è fioca e non risulta abbastanza forte da smuovere l’animo e infiammare lo spirito: “da muti inverni emergeranno altre ali che potremo ospitare tra un sole radioso”. Sono timidi colori di speranza che tuttavia non riescono a diluire il grigiore di un presente vissuto con le spalle rivolte al futuro e la mente nostalgica e piena di risentimento verso il passato, verso quello che sarebbe potuto essere. “Se fossi, se fossi, tutto quello che non sono stato/ se potessi, se potessi sarei diverso da ciò che sono stato”.

 
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venerdì, 19 ottobre 2007
mentre ero impegnato a non chiederti niente, osservavo le tue mani, cose tre le cose, approcci di unghie e carezze
 offrendosi
a latitudini d'incertezza
spalancandosi
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mercoledì, 17 ottobre 2007
senza tutte le ore che dovevo riempire e quelle cose di cui non avevo il passo erano solo scarti di timidezza

poi è vero che non ci si trova mai in questa città smangiucchiata dove decollano le ombre
e cosa c'è in fondo a queste note che riempiono spazi troppi grossi per le nostre minutaglie
trespoli imbanditi per manichini appesi le olive con il nocciolo e frantumi di patate
by alessandro62 | commenti (3) | commenti (3)(popup)
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