LA PAROLA SILENZIOSA
di ALESSANDRO
Contraggo le parole come volessi risparmiare spazio un dire ristretto che faccio transitare dall’esodo all’esilio. Vorrei educarmi alle parole mancate, vorrei finisse l’ansia di riempire il silenzio, di ricoprire con un velo i postumi di un sorriso.
Se “il poeta è un fingitore” l’unico espediente è il silenzio, o chi vive di parole ha nella sua essenza il rumore?
E’ su questo rumore che le cose avvengono o meglio accadono, in quella successione di eventi che la parola lega. . Come difendersi allora dalla menzogna di ogni racconto se non ponendosi in ascolto della parola muta, unica sintesi possibile dell’ intimo accesso.
Testimone inconsapevole dell’anima, il non detto, l’inespresso diventa l’armonia interiore con la quale ci accordiamo, con la quale siamo disposti persino ad accettare compromessi.
La parola del cuore e quella della sfumatura, una si assolve e l’altra si dissolve con la stessa differenza che c’è tra il vero e il verosimile, il riscatto e l’imitazione di realtà.
Non elogio del silenzio quindi, ma ascolto dell’interiorità, come unico terreno del creativo. Questo io moltiplicato, che graffia la pagina, che urla di frammentarsi e di dare ascolto a ogni voce, non va ridotto al silenzio o richiamato alla ragione, ma sconfessato delle sue menzogne, va ricondotto alle origini dove il conflitto è sorto.
E dove sorge ogni conflitto, ogni battaglia , ogni guerra se non nell’animo che osserva il mondo e tentando di piegarlo al suo volere, miseramente fallisce.
LA PAROLA SILENZIOSA
di Personaggi e Interpreti
Sono giorni che continuo a chiedermi se il peso di un Non-Dire può essere equiparato a quello del Dire. La logica e il pensiero comune non lasciano speranze: relegano il postulato a una sonora risata di concettuale superiorità e la supposizione a un'ilarità generalizzata. Credo che, scardinando il sedimento di quotidiana presunzione, si possa trovare una risposta migliore e sorprendente rispetto a una facile derisione.
C'è da chiedersi se sia possibile dare una forma alle Non-Parole. Il dilemma è se sia concepibile un microcosmo privato, denudato del più elementare scheletro comunicativo, strutturato di non-parole, tabulato di costrutti metafisici autoprodotti, privi di infiltrazioni altrui, di inquinamenti verbali indotti, di tracce dell'Altro, dove le concatenazioni logiche hanno l'esclusività del puro soggettivismo e dove l'Altro non è, se non come immagine di se stesso. Potremmo postulare il Non-Dire, quindi, come forma assolutamente autarchica del pensiero dell'Altro. Archetipo di libertà concettuale, struttura primigenia di emancipazione opinionistica.
È immaginabile un mondo simile? Un mondo fatto d'oblio comunicativo, di fine delle interazioni, di esilio della comunicazione e la nostra volontaria sua rinuncia.
Forse sì. Forse è immaginabile un mondo Altro, dove comunicazione verbale e segni comunicativi standardizzati non siano, dove il Non-Verbo, la Non-Parola è regola, mai sospetto o mai postulato di soppiatto, ma, piuttosto, comune accettazione. Oggi possiamo parlare di assuefazione mediatica. Il solo supporre interazioni altre, oltre la parola, ci provoca fastidio, irritazione, sorpresa e, quasi unanimemente, scherno. Eppure la parola sa essere medium vigliacco e poco rappresentativo. La storia insegna che le volontà di ricerca hanno avuto successo nel momento del bisogno. Dovremmo instillarci un Bisogno di Nuova Comunicazione, per affrettarci alla scoperta di un nuovo medium espressivo: la Non-Parola.
Le parole non sono altro che il simulacro di noi stessi, del nostro essere profondo. Rinunciarvi è l'annichilimento della trasmissibilità dell'anima, ma anche delle nostre debolezze, del nostro intimo.
Per certi versi, la rinuncia al verbo, la rinuncia alla comunicazione può essere letta come una forma nobilmente assoluta di sistematica autodifesa. Una rinuncia al mondo, dunque, e al sé. Perché nella rinuncia all'essere in gioco e alla valutazione altrui c'è, soprattutto, una rinuncia a se stessi, una rinuncia a un giudizio sommario e superficiale, forzatamente errato.
Tutto sommato, il peso del Non-Dire può non solo essere assimilato al Dire, ma addirittura esserne superiore. Il Non-Dire è la più alta forma di rispetto dell'altro. La Parola è sempre e comunque forma di presunzione applicata, di volontà di plagio. È il mezzo per soggiogare il prossimo. Per assurdo il Non-Dire è la forma (non) comunicativa più democratica che abbiamo a disposizione. Il silenzio come rispetto della diversità. Senza la parola, non restano che le Azioni. Quante volte le immagini suscitano emozioni? Quante volte le parole di commento mitigano le emozioni provate? Le parole sono indottrinamenti forzati, sapienti mani plasmanti che trasformano e plagiano senza tregua. La loro eliminazione non può che essere salutata con un sorriso e una ventata di innovativo piacere.
La parola ha esaurito la propria funzione principe. Peggio, ha tradito la forma e la sostanza, la funzione e la moralità della sua stessa essenza. L'espiazione della stessa travalica le forme della tradizione occidentale per impregnarsi di misticismo orientale, il suo annichilimento sarà un'espiazione nel seppuku: il suicidio della parola, nella sua più alta forma di nobiltà non esistenziale, come prova assoluta della passata grandezza del sé e la più grande testimonianza di sostanziale tradimento.
Senza verbo non resteranno che Non-Parole e Non-Dire: la più alta forma di progresso e di rispetto per il nostro futuro vivere.